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Annalisa Monfreda - reporter

 

articoli > Sud del mondo, ottobre 2006
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Menzione speciale Premio Natale Ucsi 2006
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Anno I - n.10

A occhi chiusi sul mondo

Nel villaggio di Gifumba il miracolo è arrivato in jeep. Il parroco lo annuncia una domenica mattina, in chiesa. E la signora Pascasie, che l'ha atteso dieci anni, non crede alle sue orecchie. In quel paese del Ruanda, nella provincia di Gitarama, suo figlio François era finito in carcere. E lei, 66 anni, vedova da quando ne aveva 25, doveva portargli da mangiare ogni giorno. Fu proprio sui cinque chilometri di strada che la separavano dalla prigione, che Pascasie vide appesantirsi il velo che da tempo oscurava i suoi occhi. Un giorno, François non ricevette il cibo. Fu il giorno in cui quel velo era divenuto un sipario così spesso che non lasciava trasparire neppure i punti di riferimento che Pascasie aveva imparato a riconoscere lungo il cammino. Cieca.

La stessa maledizione aveva colpito due sue amiche, Marie e Adissa. Ma loro una mattina erano partite per Kabgayi ed erano tornate guarite. "A Kabgayi i ciechi vedono", ripetevano a Pascasie. E lei ci credeva, ma chi l'avrebbe accompagnata fin laggiù se il suo unico figlio era in prigione? Nel 2002 François viene liberato, ma prima di portare sua mamma in città vuole sistemare la casa e trovarsi una nuova moglie. Passano altri tre anni, fino a quella domenica di giugno del 2005, quando Pascasie scopre che il miracolo è venuto a cercarla. A bordo di una jeep, i guaritori sono arrivati a Gifumba. Su quella stessa jeep fanno salire Pascasie e la portano a Kabgayi. Lì si addormenta su un letto duro. Al suo risveglio, la prima cosa che vede è un uomo biondo in mezzo a tanti volti neri. Sembra un cherubino del paradiso. Scoppia a ridere e pensa: ma allora è vero, a Kabgayi i ciechi vedono.
Quell'uomo biondo è Stéphane De Smedt, un oftalmologo belga che da quattro anni lavora nell'ospedale di Kabgayi per conto della Missione Cristiana per i Ciechi (Cbm). Di miracoli, solo l'anno scorso, ne ha fatti 1.600: tante sono le persone uscite dalla sua sala operatoria che ci vedevano di nuovo. Da qualche mese, lo affianca un medico italiano: si chiama Dario De Calice e adesso è lui che porta i miracoli a domicilio, a bordo di una jeep. "Due settimane prima del mio arrivo in un villaggio", racconta, "gli infermieri locali informano le autorità, fanno pubblicità nelle cappelle, nei mercati, alla radio. Poi, casa per casa, verificano i casi segnalati". A quel punto, Dario arriva, scarica le attrezzature dove può - nell'ambulatorio o nella chiesa - e in una settimana fa anche 150 operazioni chirurgiche. Poi risale sulla jeep e sparisce all'orizzonte. I pazienti con le patologie più gravi vanno via con lui: saranno operati nell'ospedale di Kabgayi. [...]