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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Burkina Faso, luglio 2006


Anno I - n.7

Storia dell'uomo
che fermò il deserto

Yacouba Sawadogo 30 anni fa riesumò un'antica tecnica agraria chiamata zaï.
E insegnò a far crescere il miglio
sulla crosta arida e dura del Sahel

Sono le sei del pomeriggio. A Ouaygouya è l'ora del tamtam. Lo speaker della radio La voce del contadino legge i comunicati: «Due buoi sono stati smarriti a Kongussi. Il capo delle terre di Ninigui è morto. Due giornalisti italiani cercano Yacouba Sawadogo: domattina alle nove saranno al villaggio di Gourga». Il tamtam è partito. Dalla città a nord del Burkina Faso, si propaga in un orizzonte di cespugli spinosi e alberi sparsi chiamato brousse, fino a un raggio di 70 chilometri. «A quest'ora gli uomini tornano a casa in bicicletta, con la radio appesa al collo», ci rassicura lo speaker. «Dormite sonni tranquilli, domani Yacouba vi attende al villaggio». L'oscura magia di quel meccanismo dipinge sui nostri occhi un'espressione perplessa. Ma non c'è altra possibilità: bisogna fidarsi. L'indomani non ce ne saremmo pentiti. Alle nove in punto, quando la nostra jeep si accosta alle prime capanne del villaggio di Gourga, cinque chilometri a nord di Ouaygouya, un uomo sui sessant'anni, alto e magro, ci aspetta sotto un gazebo di steli di miglio. Indossa un lungo vestito verde che svolazza al vento dell'harmattan, un kefti sulla testa, gli occhiali da sole scuri. Yacouba Sawadogo non si spreca in cerimonie. Sale sulla moto e ci fa segno di seguirlo. Dopo un paio di chilometri, davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo inatteso.
Un confine immaginario taglia in due l'orizzonte. Sulla sinistra, una foresta rigogliosa, verde, intricata. Tamarindi, baobab, caïlcedra, karitier e acacie a perdita d'occhio. Sulla destra, una distesa di terra rossa, dura, arida. Un vuoto infinito, interrotto solo dal maestoso scheletro di un tamarindo: «Ho voluto che rimanesse in piedi come ricordo di ciò che era questa terra 30 anni fa», dice Yacouba in moré, lingua dell'etnia mossi. «Non aveva piovuto per lungo tempo e la terra era morta: né formiche, né rametti, solo pietrisco e un cimitero di alberi come questo tamarindo. Fu così che feci il bosco», dice, volgendo lo sguardo dall'altra parte del confine. Il miracolo di cui si favoleggia da un capo all'altro della brousse è davanti ai nostri occhi. Vorrei chiedergli la storia di quel bosco, ma Yacouba non me ne lascia il tempo. Rimonta sulla moto e si dirige al villaggio. Lo seguiamo lungo la pista di terra rossa. [...]