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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Iran, novembre 2007


Anno II - n. 23

Iran, nuovo
cinema Ayatollah

Un esercito di 90mila cineasti. Una produzione di 100 film all'anno. Chilometri di coda ai botteghini fino a notte fonda. Nel Paese che imbavaglia i giornali e demonizza la musica, il cinema è la forma di espressione più diffusa. Un'arte finanziata dal petrolio. Ma che ha imparato a fare i conti con il regime. Per trovare i propri spazi di libertà.

«Il cinema è uno strumento di Dio. La via migliore per trasmettere al popolo il suo messaggio». Gli occhiali da sole, la barba lunga, il cappello calato sulla fronte, il volto severo. Davud Mirbaqeri è il regista preferito dagli ayatollah, un asceta della macchina da presa. Ma questo non gli impedisce di aggiungere: «La religione di cui parlo è il vero volto dell'islam: un fatto privato che non dovrebbe mescolarsi alla politica, come succede in Iran». Poi si volta e urla: «Durbiiiin... (camera) Sedoo... (suono) Harekat! (azione)».

Il segnale si propaga su una distesa di terra bruciata, sulle palme da datteri che sfidano il cielo e sulle mine antiuomo che in cielo ci mandano ancora qualcuno. Siamo ad Abadan, una città sul Golfo Persico martellata dai bombardieri iracheni durante la guerra del 1980-1988. Oggi è il set di Mokhtar-nameh, film su un eroe del passato, ma anche la più grande produzione cinematografica iraniana: quattro anni di riprese per un serial tv di 40 puntate destinato anche al grande schermo. Quel Mokhtar che oggi dà lavoro a 200 attori e 1.500 tecnici, nell'ottavo secolo fu il leader della grande rivolta del popolo sciita contro il martirio di Hossein, nipote di Maometto. Il messaggio che lancia al popolo iraniano? «Mokhtar è un grande politico perché, fatta la rivoluzione, sceglie la via della moderazione», dice il regista Mirbaqeri. «Il radicalismo», scandisce lentamente, «porta incontro alla morte». Parla di un uomo vissuto secoli fa, ma la durezza della sua voce tradisce l'allusione a un presidente, Mahmoud Ahmadinejad, che grida morte a Israele. Che chiude l'ultimo giornale riformista pubblicato in Iran e riesuma le umilianti fustigazioni in piazza. Eppure, in questo Iran, c'è una storia ancora tutta da raccontare. Protagonisti sono uomini e donne come Davud Mirbaqeri, ricoperti d'oro dalla Repubblica islamica, ma liberi di incidere il proprio pensiero su una pellicola. La terra franca in cui vivono si chiama cinema: una delle forme di espressione più feconde e indipendenti di questo popolo.

Nel 2006, l'Iran ha prodotto 100 film, 200 serial tv, 2.400 tra corti e documentari. Da anni, è la prima industria cinematografica del Medioriente e dell'Africa. La settima del mondo intero. Un dato bizzarro per uno Stato islamico che, in quanto tale, scoraggia la rappresentazione dell'immagine umana. Figlio di una Rivoluzione che come primo atto incendiò 180 sale cinematografiche e tante ne trasformò in prigioni o magazzini agricoli. E che tuonava contro Hollywood: «O il cinema o il paradiso». Ebbene, l'Iran si è preso tutti e due. [...]