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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Turchia, agosto 2007
Premio speciale - EU journalist award 2007 Premio speciale - EU journalist award 2007


Anno II - n. 20

Istanbul, la doppia vita della signora del Bosforo
A ovest, la giornata scandita dai ritmi delle moschee. A est, l'anima cosmopolita forgiata dalle numerose minoranze etnico-religiose. Viaggio nelle due anime della città.

La tunica nera di padre Dositheos guizza tra i vicoli di Fatih, un quartiere nel cuore antico di Istanbul, e scompare dietro le mura di un palazzo di pietra. Non ha tempo da perdere l'anziano sacerdote: c'è un patriarcato da mandare avanti. Certo, il gregge qui a Fatih è piuttosto esiguo: 80 fedeli in tutto. Ma altri 13 milioni e 500mila greci-ortodossi, nel mondo, guardano a questo palazzo come al loro Vaticano, eredità dell'antico impero romano d'Oriente. E non bisogna deluderli. Dositheos è tornato a Istanbul nel 2003 proprio per questo. "Abbiamo pochi preti", gli ripeteva il patriarca Bartolomeo I. Così lui, dopo trent'anni in Germania come biologo per una casa farmaceutica, ha indossato la lunga veste e l'alto copricapo. Oggi, dalle finestre del patriarcato, guarda com'è cambiata la sua città. Nel 1923, quando il generale Mustafa Kemal Ataturk decreta la morte dell'impero ottomano e la nascita della nuova Repubblica turca, Istanbul è una metropoli di un milione di abitanti. Turchi, russi, genovesi, balcani, serbi, armeni, greci, curdi: uno su tre professa una religione diversa dall'islam. Entrare a far parte dell'Europa non è in questione, perché qui l'Europa c'è tutta, racchiusa in una città. Oggi, quella Istanbul chiamata Alem Penah (rifugio del mondo) non esiste più. Al suo posto c'è un gigante tentacolare che accoglie dieci milioni di abitanti, di cui solo l'1 per cento crede a un dio diverso da Allah. Una percentuale che rispecchia il resto della Turchia: islamica per il 99,8 per cento. Più del vicino Iraq, della Siria e del Libano. Eppure è anche l'unico Paese dove la legge dello Stato vieta di entrare in qualsiasi luogo pubblico con il velo o altri simboli religiosi. Un paradosso che oggi scende in piazza, quando milioni di turchi manifestano per difendere la laicità posta da Ataturk a pilastro dell'identità nazionale. Ma si scontrano con la crescente islamizzazione del Paese. Testimoniata da un premier, Tayyp Erdogan, musulmano devoto. Che è stato in carcere con l'accusa di incitamento all'odio religioso e che ha mandato le figlie a studiare negli Stati Uniti, perché potessero sfoggiare il velo anche nei corridoi dell'università. Dall'esito dello scontro in corso tra laici e islamici (amplificato dalle elezioni del 22 luglio) dipenderà il futuro della Turchia.

Che fine ha fatto la Istanbul cosmopolita di un tempo? Per scoprirlo siamo a Fatih, uno dei quartieri più antichi della città, sulla sponda meridionale del Corno d'Oro. Qui la storia di quel cosmopolitismo è stata scritta, fin da quando, nel 1453, il musulmano Maometto II espugna Costantinopoli: la battezza Istanbul, ma la lascia capitale della cristianità d'Oriente, concedendo la libertà di culto. Da allora, sotto l'ala protettiva di Allah, i greci-ortodossi prosperano, diventano colti, ricchi, potenti. Nel 1923, nella sola Istanbul sono 150mila. Oggi se ne contano a malapena 4mila, dei quali 80 qui a Fatih. "Tutti anziani, poveri e nostalgici", racconta padre Dositheos. "Le chiese sono aperte a domeniche alterne, i preti vi dicono messa a rotazione. Il seminario, invece, chiuso nel 1971, non è mai più tornato in funzione. E Bartolomeo I, per il governo turco, è il leader di una parrocchia, non certo il patriarca ecumenico dell'ortodossia mondiale". [...]