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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Italia, costa amalfitana, giugno 2004
Vincitore del Premio Furore 2005







Anno XVIII - n.139

Dolce Furore
Un borgo aggrappato a una forra. Niente piazza né centro storico: la storia del posto è dipinta sui muri.

C'è un paese che sta in bilico da secoli senza mai cadere. Qui i muri sono dipinti, le viti crescono in orizzontale e la gente ti regala tempo. Ma c'è una domanda che chiunque arrivi su questa rupe erta sul mare, a cinque chilometri da Amalfi, non può esimersi dal fare. Perché Furore?

Pino, che sta per Provino, ha l'aria di uno che sa tutte le risposte. L'acerbità dei suoi trent'anni l'ha riempita di ricordi altrui, che offre agli ospiti della sua locanda inclusi nel prezzo. "Terra Furoris", racconta, "è il nome che inventarono i romani che si rifugiarono su queste montagne, inseguiti dai barbari. A ispirarlo fu il fragore delle acque del torrente Schiaro che si gettano nel fiordo, la profonda spaccatura nella costa che è proprio qui sotto".

Effetto-sorpresa ottenuto, si affretta ad aggiungere: "Attorno agli anni Cinquanta le falde che davano vita al fiume sono state incanalate negli acquedotti, così il flusso è molto diminuito". Ma il dato tecnico ormai non smorza le aspettative. Tanto più che una delle vie per il fiordo porta l'intrigante nome di Sentiero dei pipistrelli impazziti. Lo imbocco e scendo lungo il versante boscoso dell'orrido. Le rocce si fanno sempre più lisce, fino a quando assumono la forma di case color pastello sormontate da piccole volti a botte. Ma di acque furenti e pipistrelli matti, non resta che il cantilenante scorrere di un ruscelletto e l'innocuo cinguettio di uccelli.

Mentre razionalizzo l'amenità del luogo, estranea a ogni sorta di furore, si fa avanti l'"uomo del fiordo", al secolo Pietro Cavaliere, del fu Michelangelo, onorato pescatore. Oggi è l'unico abitante di questa lingua di terra. O meglio, lo era. Perché l'umidità nuoce anche al suo corpo, avvezzo al mare e irrobustito dal mestiere di muratore. La manutenzione di queste bizzarre case delle bambole è frutto delle sue mani, abili nell'arte antica di "battere" il tufo con la calce. "Si chiamano monazzeni", spiega, "e sono i vecchi magazzini dei pescatori di Furore. Oggi ospitano associazioni e museo, perché ad andar per mare sono rimasti in due".

Senza saperlo, Pietro mi riporta sulle tracce del bizzarro nome di questo paese. "Lo vedi quel monazzeno rosso pastello con su scritto Villa della Storta?", indica. "Di storto lì dentro ci sono state per due anni le gambe di Anna Magnani". L'attrice venne qui per girare il secondo episodio del film L'Amore, diretta da Roberto Rossellini, con il quale stava vivendo una storia appassionata nata sul set di "Roma città aperta". Rapita da questo remoto angolo di costa, comprò la casa e ci visse dal '48 al '50. "Alla sera, Rossellini andava a pesca con mio padre", racconta Pietro. "Ed era sempre infuriato perché le ore di luce al fiordo erano poche per girare e la Magnani si alzava alle due del pomeriggio".

E se il furore si fosse tramutato in una sorta di maledizione del fiordo? Anche perché, per la celebre coppia fu del tutto reciproco. Di questo si ricordano qualche centinaio di metri più su, alla locanda di Bacco, dove i due erano soliti salire a piedi per gustare i manicaretti di Donna Letizia. Memorabile fu quella sera in cui la dolce Nannarella sbatté in faccia a Rossellini un piatto dei tipici ferrazzuoli che tutt'oggi portano il suo nome (con pomodorini del piennolo, uvetta, pinoli e rucola). Il motivo? Aveva appena scoperto uno scambio di telegrammi con un certa Ingrid Bergman. Ma tra le casupole del fiordo non si consumarono solo ire da rotocalco. Gli anziani raccontano ancora le urla dei proprietari della cartiera, che nelle sere d'estate riecheggiavano su in paese. Per i furoresi di collina erano pazzi. Ma in realtà tentavano solo di spaventare i ladri che venivano a fare scorte nei loro orticelli, dove il clima fresco faceva durare gli ortaggi più a lungo.

Certo è che ogni furbizia o collera di troppo veniva debitamente punita. Perché Furore, ovviando alle lungaggini della giustizia ufficiale, dispose ben presto di un tribunale speciale: lo Scrivano, che aveva imparato a leggere e scrivere in seminario, il Sergente, che era un carabiniere in pensione, e il Giudice, che aveva conquistato la fama di uomo di legge per il sol fatto di essere il figlio della governante di un giudice in pensione. L'aula in cui si riunivano porta tutt'oggi il toponimo La Corte ed è uno slargo con un muretto a secco. Le pene comminate andavano dai lavori forzati (una o due giornate di zappatura) alla reclusione (in un porcile vicino alla corte).

Oggi la giustizia ha dovuto adattarsi alle regole ufficiali. Ma ci sono tante cose a Furore che girano ancora in maniera strana. L'indice demografico, per esempio. Prendiamo la media italiana del calo delle nascite, aggiungiamoci lo spopolamento dei centri minori e avremo un quadro del tutto inverso rispetto a quello che succede a Furore. Qui negli ultimi vent'anni la popolazione è cresciuta di 200 abitanti, che su un totale di 700 anime è una gran bella cifra. Ed è destinata ad aumentare, visto che i giovani da Furore non hanno nessuna intenzione di andarsene. Fa niente che non ci sia un'edicola, un cinema, un barbiere. L'importante è aver la certezza di trovare l'amore all'interno della comunità stessa. Che è come una grande famiglia. In senso genetico oltre che metaforico.

E che dire della politica? Campagne elettorali e giochi di potere a Furore sono concetti arcani. Il loro sindaco, quello con la S maiuscola, dopo 24 anni di premiata attività ha dovuto lasciare la poltrona l'anno scorso, per sopraggiunto impedimento di legge alla sua rielezione. Ma per i furoresi è ancora il Capo. Raffaele Ferraioli è stato l'artefice della trasformazione di Furore. "Questo è un paese che non c'è", dice. "Non ha una piazza, non ha un centro: rischi di passarci e di non accorgerti neppure che esiste. Così intorno agli anni Ottanta lanciai questa idea: perché non prendere le nostre storie e sbatterle sui muri, in faccia a chi passa?". Ed ecco spiegato l'arcano del paese dipinto. Ogni anno in settembre arrivano artisti da tutta Italia, ma anche da Germania, Polonia, Francia, persino dalla Cina, per colorare i muri delle case e delle strade di Furore.

Anche la natura, qui, segue regole tutte sue. Prendiamo la vigna. A renderla unica non è tanto il fatto che cresca dalle pareti, permettendo di coltivarci sotto anche l'orto. Quanto il clima di questo angolo di costa, tale da impedire alla filossera di colpire la pianta, rendendone necessario l'innesto su piede americano. Tutt'oggi i cento vignaioli di Furore coltivano la vigna con il piede autoctono. E rigorosamente a mano. "Non per arretratezza, ma perché in questi fazzoletti di terra sospesi in aria non riescono a entrare neppure gli animali da soma, figuriamoci le macchine", spiega Andrea Ferraioli. Il quale, insieme con la moglie Marisa Cuomo, acquista le uve di 29 piccoli produttori furoresi, per vinificare i bianchi e rossi della Cantine Gran Furor: 35mila bottiglie che hanno ottenuto il marchio Doc e che - è proprio il caso di dirlo - fanno furore tra gli intenditori di tutta Italia. Nati, cresciuti e innamoratisi tra le stradine di Furore, Andrea a Marisa girano per tutta Italia in qualità di ambasciatori di questo nettare. Ma è nel loro paese che tutte le volte vogliono tornare. Perché, come recita uno dei muri dipinti: "A Furore persino i pesci sono felici".