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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Iraq, luglio 2007

Inedito

Kurdistan, quando i peshmerga
fanno gli immobiliaristi

C'è un Iraq dove i rumori delle bombe sono sopraffatti da quelli delle ruspe. Grattacieli e villette a schiera spuntano come fiori nel deserto. E 250 studenti si preparano a frequentare la prima università americana del Paese. È il Kurdistan. La regione dilaniata dai bombardamenti di Saddam Hussein oggi è la testa di ponte per la ricostruzione del Paese. Ma il suo sogno di indipendenza, ancora una volta, è nelle mani degli Stati Uniti.

Peschkot ha solo 40 anni, ma può già ritenersi un uomo di successo. Il suo albergo a cinque stelle, un palazzo di vetro che domina la città di Erbil, nel nord dell'Iraq, è un viavai di uomini d'affari e militari, diplomatici e funzionari del governo. Lui, invece, fa su e giù dall'Europa. Un check-up mensile è la prescrizione medica per i sopravvissuti all'attacco chimico della campagna di Anfal, nel 1988. Quella con cui Saddam Hussein tentò di reprimere i sogni di indipendenza del popolo curdo una volta per tutte: 182mila morti e 1.200 villaggi rasi al suolo. Peschkot Dezayi, quella notte, si trovava sulle montagne assieme ai compagni della resistenza armata. Peshmerga si chiamavano, che in curdo significa "quelli che affrontano la morte". Mangiavano ciò che la natura donava loro, fumavano pessime sigarette di contrabbando, dormivano di giorno e camminavano di notte. Ognuno con una specializzazione diversa. La sua: i razzi, con cui colpiva l'armata di Saddam da grandi distanze.

La strada dalle montagne all'Hotel Plaza è passata per un piccolo commercio di pellicole con l'Iran, poi un negozio di fotografia, infine un'impresa di costruzioni tutta sua. A spianarla ci hanno pensato gli Stati Uniti. Che nel 1991 hanno steso la propria ala protettiva sul Kurdistan, dichiarando la regione No-flight zone e facendovi convergere ingenti flussi finanziari destinati alla ricostruzione. Peschkot proprio dagli americani ha ottenuto decine di appalti: 30 milioni di dollari per campi, scuole e ospedali. Più che sufficienti a mettere da parte un gruzzoletto per il suo sogno: costruire un lussuosissimo hotel nel cuore di Erbil. «Prima ho servito il Paese con la resistenza armata, adesso partecipo alla sua ricostruzione», dice. Ma se un indomito peshmerga si trasforma in un immobiliarista di successo, allora in Kurdistan può succedere di tutto.

I nuovi milionari
Siamo in Iraq. Eppure in questa regione del nord - autonoma dal 1991 e dotatasi progressivamente di inno, bandiera, parlamento e sedicente nazionale di calcio - non circolano mezzi militari dell'Us Force, ma limousine cariche di uomini d'affari. All'aeroporto internazionale di Erbil non atterrano aerei militari, ma voli di linea dell'Austrian Airlines, che collegano il Kurdistan alle principali città europee. E la sera, nessun coprifuoco svuota le vie delle città: gli abitanti di Erbil, Sulaymaniyah e Duhok, i tre capoluoghi di provincia, si ritrovano per una passeggiata al centro commerciale, una partita allo stadio o un giro al luna park, tra auto-scontro, seggiolini volanti e popcorn.

I blocchi di cemento che circondano gli edifici ministeriali e gli alberghi internazionali ci ricordano che siamo in un Paese in guerra. Ma gli artisti ingaggiati dal Governo regionale li hanno ricoperti di murales. Sicché queste barriere oggi non testimoniano la paura di attentati, bensì le tradizioni e le leggende di un popolo che da 80 anni lotta per l'autodeterminazione e adesso ci è arrivato più vicino che mai.

A maggio scorso, un camion bomba davanti al Ministero dell'Interno di Erbil ha ucciso 15 persone, dimostrando che nessun luogo, in Iraq, è al sicuro dalla violenza. Tantomeno questa capitale della regione autonoma del Kurdistan, a 350 chilometri da Baghdad. Ma presto, i rumori delle bombe sono stati sopraffatti da quelli delle ruspe. Grattacieli, villette a schiera e alberghi spuntano come fiori nel deserto. Il cielo brulica di gru. E sulle strade, enormi cartelloni pubblicitari vendono sogni chiamati Italian City, English Village, Empire, Dream City: tutti complessi residenziali da oltre 600 abitazioni, vendute a un prezzo compreso tra i 150mila e i 700mila dollari.

Fino a due anni fa, il suk di Erbil era il cuore finanziario della regione. Oggi i businessman possono scegliere tra 15 banche nuove di zecca. Indispensabili per un popolo che si arricchisce a un ritmo spaventoso: a Erbil 84 persone dichiarano più di 60 milioni di dollari. A Sulaymaniyah i milionari sono 50, mentre a Duhok 24. Per questi nuovi ricchi ci vogliono auto adeguate. Possibilmente Suv, la versione cittadina dei 4x4 che i peshmerga usavano sulle montagne: «Ne ho venduti 500 solo nel 2006», dice Hunar Majeed, manager dello showroom Cihan Group, l'unico rivenditore Toyota in città. «Ma vanno forte anche le Chevrolet e le Mercedes».

A scuola di democrazia
Da settembre, i rampolli della nuova borghesia curda possono studiare nella prestigiosa Università americana aperta a Sulaymaniyah, la sesta nel mondo arabo: 10mila dollari l'anno per un'alta formazione in inglese, economia, pubblica amministrazione, scienze politiche e information technology. «Tutte materie fondamentali per il futuro dell'Iraq», dice il rettore Owen Cargol. «A cui si aggiungono lezioni di filosofia e politica occidentale, nonché i fondamenti della democrazia americana. Da queste aule, ne sono sicuro, uscirà la nuova leadership del Kurdistan e dell'Iraq». L'investimento di 10 milioni di dollari è stato sostenuto dai governi Usa, curdo, iracheno, italiano, oltre che da innumerevoli donatori. «Ed è solo il primo dei tre campus in progetto: gli altri saranno realizzati a Baghdad e Bassora», continua il rettore. «Abbiamo scelto di cominciare da Sulaymaniyah perché si trova nella regione più pacifica ma anche più strategica dell'Iraq: potrebbe attirare studenti turchi, siriani, azeri e iraniani».

Vacanze irachene
Le condizioni ci sono tutte, insomma, perché il Kurdistan reclami anche la propria fetta di turismo internazionale. O almeno così la pensa il Governo regionale, che con lo slogan "L'altro Iraq" vende a investitori e tour operator la relativa stabilità della regione (dal 2003 né un militare ucciso né un occidentale rapito), nonché le splendide montagne, i siti archeologici, i luoghi culturali e religiosi. Ma a parte qualche sporadica eccezione, gli unici turisti che popolano gli alberghi di Shaqlava o che visitano le cascate di Bakhal sono iracheni del sud in cerca di svago dalle bombe. Hazem Kurda, però, non dispera. Quest'uomo emigrato in Svezia vent'anni fa e tutt'ora residente nel Paese scandinavo, come migliaia di altri curdi della diaspora non ha mancato l'appuntamento con la ricostruzione del suo Paese. Così, alla caduta di Saddam, nel 2003, ha comprato 400mila metri quadrati di terra sui monti che sovrastano il suo villaggio natale, Rawanduz, 50 chilometri a nord di Erbil. Li ha bonificati dalle mine e ci ha costruito un hotel di lusso, il Pank resort. Tre milioni ricevuti dal governo curdo, più decine di altri investiti di tasca propria per realizzare chalet in stile alpino, piscine, sauna e minigolf. Il tutto in attesa dei primi turisti occidentali. «Noi curdi siamo stati peshmerga per troppo tempo», dice. «Adesso dobbiamo costruire il nostro Paese, investire».

Sete di energia e fame di agricoltura
La domanda è: di quali investimenti ha bisogno il Kurdistan? «Strade, scuole, ospedali: qui c'è solo l'imbarazzo della scelta», risponde Herish Muharam Muhamad, responsabile dell'agenzia degli investimenti del Governo regionale. Eppure una priorità esiste. E si chiama energia. Oggi, i chilowatt importati dalla Turchia e dall'Iran, assieme a quelli prodotti dall'unica centrale curda, assicurano solo 2 ore di corrente elettrica al giorno d'inverno e 14 d'estate. Al resto ci pensano i generatori presenti in ogni edificio e agglomerato di case. Ma chi si azzarda a investire in dighe e centrali elettriche in un Paese ancora dilaniato dalla guerra? «Il futuro del Kurdistan dipende da quello dell'Iraq», dice l'imprenditore Salam Bradosti, presidente del Zozik Group. «Non si può pensare a una centrale elettrica se prima non c'è la pace. E non ci si può aspettare che le grandi compagnie petrolifere vengano a estrarre gas o petrolio, prima che la situazione si stabilizzi».

Ma anche qualora si risolvesse il problema energetico, «noi non possiamo bere elettricità e mangiare petrolio», dice Hazem Kurda, proprietario del Pank Resort. «Nella fertile Mesopotamia ormai non cresce neppure un pomodoro. E nella terra dove è nata la birra, oggi non se ne fabbrica neanche una lattina. Prima di tutto il resto, forse dovremmo rimettere in piedi l'agricoltura e avviare l'industria». Peter Gruschka, attivista olandese di un ong curda, è d'accordo: «Ogni giorno in Kurdistan apre i battenti un nuovo supermarket, ma sfido chiunque a trovarci dentro un prodotto made in Iraq. Lo yogurt arriva dall'Iran. L'olio, il burro, la maionese, il ketchup e la pasta dalla Turchia. Gli abiti, incluso il vestito tipico curdo, dalla Cina». L'attività agricola è stata penalizzata della siccità che ormai da anni colpisce il Medioriente. Ma anche dal perverso meccanismo innescato dalla risoluzione 986 dell'Onu, meglio nota come Oil for food: la distribuzione di cibo importato dall'Occidente, in cambio di petrolio iracheno, ha definitivamente distrutto quella che un tempo era la principale attività economica del Kurdistan.

La febbre del mattone
Eppure i numeri parlano chiaro: nell'ultimo anno, ben 4 miliardi di dollari sono stati investiti in progetti di sviluppo per la regione. Dove sono finiti? «Nell'edilizia: è questo, per il momento, l'unico business che funziona in Kurdistan», dice Herish Muhamad. «Chiunque può presentare al governo un progetto: in caso di approvazione, secondo la nuova legge sugli investimenti, riceverà gratuitamente gli ettari di terra su cui realizzarlo», dice Jack el Boustany, project manager libanese del complesso residenziale Empire. Ecco spiegati, dunque, i tanti recinti che racchiudono il nulla. Erbil ne è piena. «Si tratta di aree dove presto sorgeranno case o uffici. Il suolo è gratis, ma prima di iniziare a costruire, si aspetta di vendere una certa quantità di immobili sulla parola». Fino a oggi, solo poche opere sono state portate a termine. Tra queste, le torri di Naz City: 14 blocchi di cemento, 350 appartamenti in tutto, che hanno modificato lo skyline della città.

Nonostante il boom edilizio, il tasso di disoccupazione nella regione resta alto. Il motivo è semplice: gli imprenditori preferiscono far lavorare gli operai arrivati apposta da Bangladesh, India ed Etiopia, piuttosto che i locali. «Costano la metà di un curdo: 10 dollari al giorno invece di 20», continua Jack. «E poi sono altamente specializzati: molti di loro arrivano direttamente dai cantieri di Dubai».

Ma se la massa della popolazione resta povera, chi compra tutte queste case? La risposta è prevedibile. Tre dei 14 palazzi di Naz city sono destinati ai funzionari del governo. Così come un intero piano dell'Hotel plaza è riservato per consoli e attaché. Che cosa ci si poteva aspettare, in fondo, da un'amministrazione che dà lavoro al 60 per cento della popolazione attiva? Un milione e 300mila impiegati, le cui buste paga esauriscono le uniche entrate del Governo regionale, ossia il 17 per cento degli introiti petroliferi iracheni. Un sistema clientelare che, in assenza di una reale economia, assicura uno stipendio statale a ogni famiglia curda.

Un popolo di contrabbandieri
Nel frattempo, i flussi finanziari che alimentano il motore-Kurdistan arrivano principalmente da due sorgenti: il contrabbando e gli Stati Uniti. Il primo è l'attività tradizionale di questo popolo di confine: tappeti, sigarette e benzina, fatti passare in piccola o grande scala attraverso le frontiere iraniane e turche. Quanto agli Usa, «oggi dobbiamo tutto a loro», dice Hazem Kurda, «ma non possiamo fidarci: sono capaci di cambiare politica nel giro di pochi minuti». In fondo è già successo e i curdi hanno la memoria lunga. Fu proprio l'amministrazione Ford-Kissinger a incoraggiarli nella ribellione contro Baghdad, salvo poi abbandonarli cinicamente nel 1975, in balia della vendetta di Saddam Hussein. Trent'anni prima l'Unione sovietica non si era comportata meglio con i curdi iraniani: la Repubblica di Mahabad, nata sotto la sua protezione nel 1946, crollò dopo soli 11 mesi poiché abbandonata dalla superpotenza. Ed è proprio per bilanciare l'eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti che il governo curdo cerca di potenziare le relazioni commerciali con gli altri Paesi europei. La nuova legge sugli investimenti è lo strumento preposto a tal fine, poiché offre agli stranieri la possibilità di controllare una società locale al 100 per cento e anche di comprare terreni senza tasse per i successivi 5 anni.

L'incognita Kirkuk
«Se gli americani sostenessero davvero la causa curda», dice l'imprenditore Salam Bradosti, «appoggerebbero l'annessione di Kirkuk alla nostra regione». Questa provincia, geograficamente curda ed etnicamente mista, è un forziere di petrolio: da sola produce 900mila barili al giorno, circa la metà delle esportazioni irachene. Per un Kurdistan a vocazione agricola, che oggi dipende dagli introiti petroliferi di Baghdad, Kirkuk sarebbe la garanzia dell'indipendenza economica. Premessa indispensabile dell'autonomia politica. «Ma per gli Stati Uniti, il Kurdistan è solo una piccola e inutile regione», continua Bradosti. Niente rispetto all'importanza strategica della Turchia. La quale non disdegna di investire nella regione: delle 600 aziende straniere registrate in Kurdistan, 350 sono turche. Ma che ha sempre malvisto la sua autonomia, in quanto contagiosa per la minoranza curda all'interno dei suoi confini. Il prossimo 15 dicembre, un referendum dovrebbe decidere in merito all'annessione di Kirkuk: sarà il banco di prova della politica statunitense, ma anche un verdetto sul futuro della regione autonoma. Perché il sogno di indipendenza dei curdi, ancora una volta, è a stelle e a strisce.