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Annalisa Monfreda - reporter

 

reportage > Sudafrica, aprile 2008


Anno III - n. 28

Soweto. Il ghetto
dei miracoli

Di giorno, il viavai nelle luccicanti arene
dello shopping. Di notte, le pallottole
e i coltelli delle bande criminali. La celebre township di Johannesburg svela le contraddizioni del post-apartheid. Eppure,
qui si costruisce il Sudafrica del futuro.

Il gigante dorme. O almeno così sembra. In questo pomeriggio di fine autunno, un vuoto carico di attesa riempie le strade di Soweto, la più celebre township d'Africa. In altri tempi sarebbe stato il segnale di una retata della polizia. Oggi è l'effetto del derby Orlando Pirates-Kaizer Chiefs. Che è come dire Milan-Inter o Atletico-Real. Solo che in questo ex ghetto nero di Johannesburg, anche il derby tra le squadre di casa ha il sapore di un conflitto sociale: i proletari per gli Orlando, l'upper class per i Chiefs. Noi siamo a casa di un tifoso dei Chiefs: televisore con schermo al plasma, impianto stereo a cinque casse, poltrone di pelle, pavimento di granito e tavolo da biliardo in legno massiccio. Davanti ai nostri occhi, il frutto più strabiliante di 14 anni di parità tra bianchi e neri. Il padrone di casa, Sisa, ha 25 anni e fa il broker. Nel gergo degli economisti, è un black diamond, esponente di quella borghesia nera che dalla fine dell'apartheid si è decuplicata, fino a raggiungere i due milioni e mezzo di rappresentanti. Il loro potere d'acquisto complessivo è stimato sui 16 miliardi di euro l'anno, un quarto del totale sudafricano. Eppure Sisa continua ad abitare nel ghetto. E come lui, risiedono a Soweto anche le milionarie star del football, la celebre Winnie Mandela e il premio Nobel Desmond Tutu. "I nostri antenati sono stati costretti a vivere qui", spiega Sisa. "Per loro era come un campo di concentramento. Ma adesso questa è la nostra casa e non intendiamo andarcene".

1904. Migliaia di neri accorsi a Johannesburg da ogni angolo del Paese per lavorare nelle miniere d'oro vengono "deportati" in una riserva a 20 chilometri a sud-ovest della città, Kliptown. La motivazione ufficiale è un'epidemia di peste. La realtà è ben più amara. Questo è il primo atto dell'apartheid, che in afrikaans, la lingua dei coloni olandesi, significa separazione: i bianchi da una parte, i neri dall'altra. Kliptown è il nucleo di quello che negli anni Sessanta sarà chiamato Soweto, acronimo di South Western Township: una piovra tentacolare che nel corso degli anni accoglie i neri scacciati dai quartieri per soli bianchi, fino a ospitare centinaia di migliaia di abitanti. Tutti stipati in casette di mattoni con tetti di lamiera. Scatole di fiammiferi senza acqua né corrente elettrica.
Oggi a Soweto abitano un milione e mezzo di persone. Nel 1994, i neri hanno conquistato il diritto di possedere le proprie case. Così le vecchie scatole di fiammiferi si sono trasformate in accoglienti baracche, con le rose piantate nei giardini e le tendine alle finestre. L'acqua e la corrente elettrica non arrivano ancora dappertutto. In compenso, le villette dei nuovi quartieri residenziali attraggono la giovane borghesia.
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